Non dimentichiamoci gli abbracci

Lo schermo si è pian piano popolato di tanti rettangolini, quasi sessanta, annunciati da Andrea, cerimoniere della riunione online, che accoglieva, nominandoli, i nuovi arrivati.

Se penso alle complicazioni degli anni passati e alle polemiche per ritrovarsi in assemblea da ogni parte d’Italia, mi viene da sorridere alla banalità di non aver mai pensato a incontraci in videoconferenza!

Dopo la confusione di rito, i saluti, qualche battuta, i “Che bello rivederti”, i “Quanto tempo!”, Anna di Stefano ha introdotto l’incontro, dando il benvenuto a tutti e lasciando poi lo spazio all’ascolto di una canzone che ha dato il via al primo incontro on line dei facilitatori di BioITA, come se fossimo stati tutti in un grande cerchio. Chi chiude gli occhi, come a immergersi nel suono, chi oscilla il capo, chi scruta lo schermo a cercare altri sguardi, chi si saluta ancora con la mano. Io, curiosa, osservo e anche guardo fuori dalla finestra della mia stanza domandandomi: “Chissà se qualcuno mi sta osservando?”.
Sento che stiamo attraversando questo spazio virtuale da una parte all’altra, percorrendo migliaia di chilometri di cavi sotterranei, antenne e apparati, trasportati nei bit che stanno scegliendo la strada più breve per consegnare suoni e immagini.

Dopo la canzone sono iniziate le condivisioni. Una alla volta, con ordine, come accade tante volte nel cerchio della sessione di biodanza. È stato un lungo tempo di ascolto e di emozioni.
Assaporo la gioia dei saluti, in qualche caso il racconto allegro di una riscoperta di sé e degli spazi interiori, del proprio cortile di casa o del proprio orto, della natura finalmente lasciata libera dalla morsa del traffico, di spazi di meditazione… Altre parole sono più tese, con il senso di frustrazione di progetti interrotti nelle scuole e nelle palestre. Ascolto il racconto del reinventarsi, di qualcuno che ha scelto di fare un passo indietro, ritirandosi dal mondo e di qualcuno che ha fatto un passo in avanti, occupandosi della comunità sofferente attorno a sé.

La nostra professione di facilitatori di biodanza è a un bivio. Abbiamo lavorato negli anni per accorciare le distanze tra le persone, riscattando il valore e il significato dei gesti, cercando di trasferire l’importanza del contatto tra le persone nella vita di tutti i giorni, creando le condizioni affinché insieme potessimo toglierci le corazze di una società che ci vuole antagonisti e in competizione, di un’educazione che ci vuole in fila, ordinati.
Tutti, obbligati dai decreti dell'emergenza covid-19, abbiamo dovuto sospendere due mesi fa la nostra attività lenta e sottile, spesso messa in discussione dalle persone che, incontrando la biodanza, si sentono scosse in alcune strutture ben radicate della propria cultura.

Che fare, quindi? Ogni facilitatone ha cercato di reagire all’emergenza cercando di sostenere il gruppo o i gruppi con cui stava lavorando, oltrepassando, in tantissimi casi, la resistenza alla comunicazione digitale. Come ad esempio ci racconta Tiziana Coda Zabet, fondatrice della scuola libertaria di Torino, che pone alla base del sistema educativo il principio biocentrico, ovvero una relazione diretta del bambino con la natura, umana e dell’ambiente circostante, che si è ritrovata costretta a introdurre il digitale per proseguire la formazione a distanza.

Altri hanno abbracciato con iniziale cautela e via via sempre maggiore fiducia la tecnologia e hanno iniziato a proporre ai gruppi piccole sessioni di incontri online, fatti di condivisioni verbali, poesie, musica, danze di fronte alle videocamere, lacrime, risate.

Ci siamo domandati se queste proposte siano biodanza o qualcosa di diverso (li abbiamo chiamati incontri biocentrici, affettivi...), noi che sempre abbiamo avuto come principio chiaro che “la biodanza da soli non è biodanza". Io sono profondamente convinta del fatto che sia ancora biodanza, con tutti i limiti del caso, se presentata correttamente alle persone, con la consapevolezza che la nostra proposta debba essere riservata al gruppo che già conosce il metodo “dal vivo” e che debba essere, come sempre, la più organica possibile, per rispettare la nostra fisiologia e le emozioni delle persone che partecipano.
Ci siamo domandati come contenere il senso di vuoto che può assalire le persone che alla fine spengono la telecamera e si ritrovano senza il necessario contenimento del gruppo.

Arrivano le parole di Stefania Bettuzzi, per me deflagranti nel cerchio di BioITA: “Non dimentichiamoci mai degli abbracci”.

Gli abbracci, quelli che dovremo continuare a contenere ancora per chissà tanto tempo!

È questo il richiamo che stiamo sperimentando in questi primi giorni di maggio, di lieve allentamento del lockdown: la necessità di continuare a mandare il messaggio della biodanza in modo concreto, fuori e dentro gli schermi.
Non ci possiamo abbracciare fisicamente ma possiamo abbracciare con gli occhi sopra le mascherine (la paura per le strade, oggi, tende a far deviare lo sguardo...), possiamo ancora di più ascoltare l’altro senza la necessità di dovere sempre intervenire, stare in risonanza con gli altri, rispettare l’ambiente, agire nel sociale, cospargere il mondo di gesti gentili: così saremo biodanzatori nella vita come attraverso le telecamere.

autore: 
Simona Malta
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